sabato 16 maggio 2020

Come una crosta


Come una crosta da pelle
per cui c’è forse ancora speranza
vado staccandomi a poco a poco
da tutti a uno a uno finché
resterò solo come del resto sono già

in un isolamento non splendido

a parte i miei occhi,
belli non violati.

© Mattia Schmitt

Prima di tornare a casa


Voglio andare a letto,
voglio sognare,
voglio scrivere poesie.

Voglio entrarti dentro.

Voglio giungere al cielo.

Voglio volare
in una giornata
di risurrezione.

Poi tornerò a casa.

© Mattia Schmitt

venerdì 15 maggio 2020

Che cosa vedi nel buio?


Che cosa vedi nel buio?
Scorgi qualcosa negli occhi della morte?
Che cosa vedi oltre la tempesta
i suoi sbuffi gli spruzzi l’acqua
che lava di sale il tuo viso?

Scivolerai dal molo?
Salterai giù dal molo?

Vivrai abbastanza da dare la tua mano
quando infine arriverà il momento
in cui la nave vorrà attraccare?

Sarà un’alba? Sarà un tramonto?
Sarà la quiete o la tregua
Della tua tempesta?

Dio abbia pietà di te.

© Mattia Schmitt

A chi merita di più


Tengo aperta la porta
al cane che si lecca le ferite,
spalanco anche la finestra,
entri il vento ed entrino i gatti,
entrino pure angeli e demoni.
Io sarò sull'uscio a vegliare.

Entrino gli spudorati,
si misurino gli avvoltoi,
crescano le ragnatele.

È come un’aura
la mia in dono
mentre il cane
bontà sua
si lecca le ferite

ignaro dello scorrere.

© Mattia Schmitt

mercoledì 15 gennaio 2020

Com’è stato possibile arrivare a questo?


Dark star crashes, pouring its light into ashes
(Robert C. Hunter)

Non puoi berti tutto il mondo e sperare,
anche soltanto sperare,
di non aver mai più sete.
Siamo tutti piccoli mondi impenetrabili
e un dono non sarà mai
quello giusto davvero
per chi si affretta comunque alla morte
certo soltanto
di lembi di mistero
in attesa perenne della loro stele.

Se Dio vuole posso farcela, se non vuole
sarà stato giusto
non avercela fatta.
Qualche volta posso osare avvicinarmi,
tendere timidamente
una mano, sfiorare,
toccare un attimo per capire di che sa,
ma è rapido il fulmine
che me la fa ritrarre.

A un passo dal cielo
si rischia di smarrirsi,
lì dove ragni intessono delusioni e pene
e non c’è chi,
non si vede chi,
non si crede chi: un gatto? un falco?
possa strapparle
e le strapperà
per restituire il candore alla parete.

Sarò catapultato al principio, ma già
carico del futuro,
oppresso, spossato,
ormai limitato nei movimenti, nelle mosse.
Non posso piangere,
non posso farlo, oggi.
Un cavallo e la regina proteggono il re.
Il pedone lo contesta.
Non posso piangere,
non posso farlo, ma abbandono il gioco.
Resto a osservarlo.
Riduco il respiro.

La pioggia sferza impudica i finestrini,
lascia tracce e rivoli,
li frusta ma non entra,
resta fuori sul mondo in attesa, immobile,
che la smetta di provarci.
A volte è come se,
smarrito, mi fossi sposato con me stesso
e attendessi, impaziente,
una ragione per divorziare.

Quando io non ci sarò più prenditi cura di me,
estirpa le erbacce
della mia esistenza.
Piango spesso, senza nessuno dei vostri motivi
e soltanto qualcuno
di quelli miei.
Poi però lascio asciugare le lacrime e vado
a lavorare
o a cucinare
o a portare l’auto dal meccanico o a comprare
il cibo al gatto
e qualcosa anche per me.
E non so ancora perché accade, perché lo faccio.

Il diavolo è venuto a giocare nel mio cortile,
ma non è rimasto a lungo.
Ogni tanto arriva, poi però
tornano sempre i pensieri belli: e lui scappa.
Peccato e virtù,
come olio e acqua.
Quando provi a mischiarli qualcosa muore.

Chi ricorda i farmacisti che impacchettavano i farmaci
e mille altri gesti che
non ci riguardano più?
Ci preoccupavamo di ricordarci il cambio dell’ora,
ora non più, ci pensano
per noi gli inanimati.

Dio è tanto buono che renderà l’inferno sopportabile.
E a ferirci
sarà il suo amore.
Se non c’è più nulla oltre la curva conviene scontrarsi
col muro e sperare
di attraversarlo.
Qualsiasi cosa sia rimasta io non riesco a vederla.
Dammi forza
tu che puoi
e luce per i miei occhi affinché io sappia.
Importante è quanto io sappia ancora amare,
non quanto
io sia amato.

Non sono la fenice, ma ho sempre volato
per non smettere mai
e se un giorno le mie ali
bruceranno le osserverò ardere da me distanti:
io starò ancora
proseguendo il volo.

Un’altra luce si è spenta per sempre: quante ne restano
a illuminare
il viale?
Quante munizioni ancora per tenere a bada le tenebre?
Ma poi saranno gli zombie a farla da padroni.
I nostri, noi,
o i loro, loro?
Una carneficina di desideri e poi di sogni
e infine
di speranza
lascia un campo brullo intriso di sangue.
Mi rialzerò, forse, quando tutto sarà passato.
Non in un’alba.
Non in questa notte.
Non in una voglia d’amore, di morte, di oblio.
Solo, in una folle
gioia di culla.
Inutile, vana, cieca, ma gioia. E folle, esagerata,
come di chi vede
l’oro nel fango
e non si accorge del sangue e del veleno. Salvami.

Riconosco il nemico lontano un miglio, ma
spegnerò la luce
in questa notte:
la mia anima sfavillerà e soffocherà le tenebre.

Però, con lei sarei stato bene
vicino alle stelle e oltre
in viaggio verso quella scura,
quella scura,
con te.

© Giacomo Mattia Schmitt

domenica 19 maggio 2019

Oggi ho incontrato soltanto persone gentili


Oggi ho incontrato soltanto persone gentili;
non mi accade tutti i giorni,
non mi accade quasi mai.

Ne faccio tesoro
e l’infilo nella sacca
che porto con me

per gettarvi dentro uno sguardo
ogniqualvolta il mondo
vuole incupirmi l’anima.

Ma del resto esco di rado.

© Giacomo Mattia Schmitt

giovedì 3 gennaio 2019

Un nuovo anno


Non siamo che un prestito di cose vane
o un pegno che non potremo riscattare,
però creiamo parvenze sicure
e padroneggiamo linguaggi e danze
come se fossimo re,
al di qua d’una finestra
opaca o abbagliata
pur di non vedere.

Non serve rassettarsi gli abiti,
passare una mano sul viso,
accarezzare il micio,
adottare un tono forbito,
chinarsi con nonchalance.

L’anno è bell’e finito
e non aspettava un cenno da parte nostra,
l’anno ha ceduto la staffetta
e noi non stavamo nemmeno a guardare:
ci credevamo ancora
e contro ogni evidenza
auspici e forieri di un giorno
a cui nessuno ha lavorato.

© G.M. Schmitt