mercoledì 15 gennaio 2020

Com’è stato possibile arrivare a questo?


Dark star crashes, pouring its light into ashes
(Robert C. Hunter)

Non puoi berti tutto il mondo e sperare,
anche soltanto sperare,
di non aver mai più sete.
Siamo tutti piccoli mondi impenetrabili
e un dono non sarà mai
quello giusto davvero
per chi si affretta comunque alla morte
certo soltanto
di lembi di mistero
in attesa perenne della loro stele.

Se Dio vuole posso farcela, se non vuole
sarà stato giusto
non avercela fatta.
Qualche volta posso osare avvicinarmi,
tendere timidamente
una mano, sfiorare,
toccare un attimo per capire di che sa,
ma è rapido il fulmine
che me la fa ritrarre.

A un passo dal cielo
si rischia di smarrirsi,
lì dove ragni intessono delusioni e pene
e non c’è chi,
non si vede chi,
non si crede chi: un gatto? un falco?
possa strapparle
e le strapperà
per restituire il candore alla parete.

Sarò catapultato al principio, ma già
carico del futuro,
oppresso, spossato,
ormai limitato nei movimenti, nelle mosse.
Non posso piangere,
non posso farlo, oggi.
Un cavallo e la regina proteggono il re.
Il pedone lo contesta.
Non posso piangere,
non posso farlo, ma abbandono il gioco.
Resto a osservarlo.
Riduco il respiro.

La pioggia sferza impudica i finestrini,
lascia tracce e rivoli,
li frusta ma non entra,
resta fuori sul mondo in attesa, immobile,
che la smetta di provarci.
A volte è come se,
smarrito, mi fossi sposato con me stesso
e attendessi, impaziente,
una ragione per divorziare.

Quando io non ci sarò più prenditi cura di me,
estirpa le erbacce
della mia esistenza.
Piango spesso, senza nessuno dei vostri motivi
e soltanto qualcuno
di quelli miei.
Poi però lascio asciugare le lacrime e vado
a lavorare
o a cucinare
o a portare l’auto dal meccanico o a comprare
il cibo al gatto
e qualcosa anche per me.
E non so ancora perché accade, perché lo faccio.

Il diavolo è venuto a giocare nel mio cortile,
ma non è rimasto a lungo.
Ogni tanto arriva, poi però
tornano sempre i pensieri belli: e lui scappa.
Peccato e virtù,
come olio e acqua.
Quando provi a mischiarli qualcosa muore.

Chi ricorda i farmacisti che impacchettavano i farmaci
e mille altri gesti che
non ci riguardano più?
Ci preoccupavamo di ricordarci il cambio dell’ora,
ora non più, ci pensano
per noi gli inanimati.

Dio è tanto buono che renderà l’inferno sopportabile.
E a ferirci
sarà il suo amore.
Se non c’è più nulla oltre la curva conviene scontrarsi
col muro e sperare
di attraversarlo.
Qualsiasi cosa sia rimasta io non riesco a vederla.
Dammi forza
tu che puoi
e luce per i miei occhi affinché io sappia.
Importante è quanto io sappia ancora amare,
non quanto
io sia amato.

Non sono la fenice, ma ho sempre volato
per non smettere mai
e se un giorno le mie ali
bruceranno le osserverò ardere da me distanti:
io starò ancora
proseguendo il volo.

Un’altra luce si è spenta per sempre: quante ne restano
a illuminare
il viale?
Quante munizioni ancora per tenere a bada le tenebre?
Ma poi saranno gli zombie a farla da padroni.
I nostri, noi,
o i loro, loro?
Una carneficina di desideri e poi di sogni
e infine
di speranza
lascia un campo brullo intriso di sangue.
Mi rialzerò, forse, quando tutto sarà passato.
Non in un’alba.
Non in questa notte.
Non in una voglia d’amore, di morte, di oblio.
Solo, in una folle
gioia di culla.
Inutile, vana, cieca, ma gioia. E folle, esagerata,
come di chi vede
l’oro nel fango
e non si accorge del sangue e del veleno. Salvami.

Riconosco il nemico lontano un miglio, ma
spegnerò la luce
in questa notte:
la mia anima sfavillerà e soffocherà le tenebre.

Però, con lei sarei stato bene
vicino alle stelle e oltre
in viaggio verso quella scura,
quella scura,
con te.

© Giacomo Mattia Schmitt

domenica 19 maggio 2019

Oggi ho incontrato soltanto persone gentili


Oggi ho incontrato soltanto persone gentili;
non mi accade tutti i giorni,
non mi accade quasi mai.

Ne faccio tesoro
e l’infilo nella sacca
che porto con me

per gettarvi dentro uno sguardo
ogniqualvolta il mondo
vuole incupirmi l’anima.

Ma del resto esco di rado.

© Giacomo Mattia Schmitt

giovedì 3 gennaio 2019

Un nuovo anno


Non siamo che un prestito di cose vane
o un pegno che non potremo riscattare,
però creiamo parvenze sicure
e padroneggiamo linguaggi e danze
come se fossimo re,
al di qua d’una finestra
opaca o abbagliata
pur di non vedere.

Non serve rassettarsi gli abiti,
passare una mano sul viso,
accarezzare il micio,
adottare un tono forbito,
chinarsi con nonchalance.

L’anno è bell’e finito
e non aspettava un cenno da parte nostra,
l’anno ha ceduto la staffetta
e noi non stavamo nemmeno a guardare:
ci credevamo ancora
e contro ogni evidenza
auspici e forieri di un giorno
a cui nessuno ha lavorato.

© G.M. Schmitt

martedì 27 novembre 2018

Non conterò le mie cose


Non conterò le mie cose,
non ne ho il tempo;
se e quando mi rivorrai
verrò a buttarle via.

Ma nel tuo processo
decisionale non scordare,
te ne prego, il rigattiere:
ha famiglia, è fertile
e ha bisogno di lavorare
(ma non sfasciare la famiglia,
sii solo buona!).

In quanto a me attenderò
in questo albergo;
non so dimenticarti
e nemmeno so odiarti,
so solo di crederti perché ti credi.

Per allora sarà di nuovo primavera,
non dovrò passare a prendere il cappotto
né a vedere per chi m'hai rimosso;
magari ti invierò un messaggio
solo per dirti che non importa più
(sebbene mi importi ancora)
e di gettare nel camino quel disco,
solo quello,
gli altri potete rivenderli.

© Mattia Schmitt

domenica 4 novembre 2018

Così avresti voluto che fosse

Così avresti voluto che fosse,
ma guardati intorno,
non è così.
E se ti guardi bene dentro
lo è ancor di meno.
Non c'è nulla da aggiungere,
non puoi toglier nulla.
Potresti sfregiarti semmai,
ma ti riconoscerebbe persino
la bimba di cui tu bimbo
t'innamorasti alle elementari.

Vieni con me,
non c'è nulla a destra,
nulla sulla sinistra,
solo un selciato davanti,
troppo impervio per quelle scarpe,
inadatto ai tuoi sogni,
che i piedi li han persino nudi.

© Giacomo Mattia Schmitt

lunedì 17 settembre 2018

Prigione


Del luogo in cui mi hai lasciato
non conoscevo le strade
e ancora adesso ho qualche difficoltà;
sto cominciando, però,
a memorizzare i punti di riferimento.
Ma per andare dove?

Avresti potuto vendermi come Giuseppe.
Hai preferito abbandonarmi come un cane d’estate.

Giro intorno e riconosco i luoghi, ormai,
e se sapessi come uscirne non saprei dove andare,
non più.

Ma mai, mai avrei creduto possibile
questa crudeltà.

Eppure devo credervi
e smettere di immaginare
una porta che si apre
gentile, si spalanca!
e mi accoglie
come l’ultimo dei regali.

Qui c’è l’insegna di un’osteria.
L’altra sera hanno gettato fuori
un ubriaco molesto.
Io non ci ho mai messo piede lì,
ma con l’ubriaco molesto ho raggiunto
un’altra insegna che ricordavo
e con l’ubriaco non più molesto
mi son seduto e l’ho ascoltato,
almeno per un po’.
Stava dicendo che si sarebbe ripreso
ciò che era suo
quando mi sono addormentato
con la testa sul tavolo
e ho sognato che mi cacciavi,
ma finivo in una specie di paradiso
dove mi consolavano e mi dicevano
che non avevo tutti i torti,
ma non li avevi nemmeno tu.

Mi ha svegliato il barista.
L’ubriaco non più molesto
non c’era più e nemmeno
la mia penna e il mio taccuino.
Ho pagato la consumazione
e son tornato a girare in tondo
per la città in cui m’hai abbandonato
e di cui conosco ormai
ogni insegna a menadito.

© Giacomo Mattia Schmitt

giovedì 26 luglio 2018

Tutte le volte che t’ho detto t’amo


Adesso bere sta mutando
in un atto generoso, sempre più
generoso

Il gatto non ha reputato sufficiente
l’indizio d’un rumore
volutamente soffocato
e non è accorso

Non c’è più niente
né di vivo né di morto
e nel flusso le
sigarette – stupida cosa –
son finite

Fai volare l’aquilone, papà,
fallo volare finché non capirò
perché vola
Ma se anche non dovessi
capirlo mai, fallo
volare, ti prego, da
dovunque, dovunque,
mi serve

Fai girare la trottola
finché puoi, finché un
altro bambino non se la prende
Lui aveva già un altro giocattolo
e tu avevi soltanto la trottola
che ora gira altrove

Dal nero al bianco
è un affanno
inutile e insensato
ribellarsi a sé stessi
inseguendo il
sogno dei soldatini

Non capirò mai quest’assenza d’amore

Ma accetto l’ipotesi
di questo accanimento

© G.M. Schmitt